Potenziare lo SPRAR per gestire meglio l’accoglienza

Potenziare lo SPRAR per gestire meglio l’accoglienza

di Maria Grazia Depalmas Bono

Sistema SPRAR, un esempio di buona accoglienza e integrazione

Il sistema di accoglienza ha subito profonde trasformazioni ma ha sempre scontato la cattiva gestione del fenomeno migratorio dei primi anni.

I progetti SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono nati per trovare una soluzione concreta e continua che sovvertisse la logica dell’emergenza continua. Si è deciso di programmare, finalmente, l’accoglienza, con numeri per quanto possibile certi, con tempi ragionevoli, con equa distribuzione. Per poter funzionare al meglio è stato necessario un “patto tra Stato e territori”.

Un patto che passa dall’adesione volontaria dei Comuni alla rete SPRAR: chi aderisce deve avere la garanzia di un limite numerico certo di persone da accogliere, nella misura di 2-3 richiedenti asilo ogni mille abitanti, numeri molto bassi rispetto ai sistemi emergenziali dei grandi centri di accoglienza (dai CPI ai CIE ai Cara agli attuali CAS) e in caso di altri flussi da gestire, le prefetture si rivolgano ai Comuni non aderenti al progetto.

La “clausola di salvaguardia”, ossia il criterio di distribuzione degli ospiti in base al numero degli abitanti del comune interessato, garantiva una convivenza gestibile e la sicurezza che in quel territorio non sarebbe stato creato un centro di accoglienza straordinario (CAS).

Lo SPRAR dal 2002 costituisce una rete di centri di “seconda accoglienza”. Un sistema in cui il Comune governa direttamente il progetto d’accoglienza, lo controlla e rendiconta allo Stato. I servizi vengono affidati a professionisti, che collaborano con gli operatori presenti nei territori per la riuscita dei progetti di inclusione, integrazione e assistenza. Un sistema che ha funzionato e che ora rischia di essere totalmente depotenziato.

Cosa comporta l’attuazione del decreto Salvini

Con questo decreto si depotenzia il sistema dell’accoglienza e si genera instabilità continuando ad alimentare il fantasma del nemico, dell’invasore, del colpevole per i nostri guai. Con l’abolizione del permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari crescerà il numero dei clandestini. Non si crea sicurezza e si puniscono i richiedenti asilo. Verranno azzerati quindici anni di seconda accoglienza – gestita da una rete che oggi conta più di 1.200 comuni, per un totale di 35.881 posti finanziati nel 2018 –e verranno esclusi i richiedenti asilo dal registro anagrafico. Un aspetto che avrà ricadute immediate sull’accesso alla residenza, da cui derivano a cascata una serie di diritti, che, in questo caso, verranno negati: dal diritto alla residenza infatti deriva il diritto alla salute, allo studio, alla permanenza in un luogo per ottenere in futuro la cittadinanza.

Alcune zone dei nostri paesi saranno destinate ad ospitare strutture con centinaia di migranti che vivranno una situazione di forte riduzione dei diritti. Si otterrà quindi un effetto paradossale: minore sicurezza, più irregolarità. Ad essere favorito sarà il sistema della prima accoglienza, quella emergenziale, dove più spesso si sono verificate situazioni di disagio a scapito della seconda accoglienza, più rigorosa e controllata dal punto di vista dei diritti e dal punto di vista economico, grazie alla rendicontazione puntuale di tutte le spese. Diverse figure professionali coinvolte nella gestione dei progetti, che prevedono una varietà di funzioni ricoperte da operatori sociali e legali, responsabili di banche dati, rendicontisti e coordinatori saranno ridimensionate o perderanno definitivamente il lavoro. Un mondo di professionalità che negli anni è cresciuto anche in territori economicamente depressi, creando un circuito virtuoso di economia legale.

Perché ha senso tenere in piedi e potenziare i progetti SPRAR :

– L’applicazione del nuovo decreto rende effettivo il rischio di allontanarsi dalle normali procedure di attivazione dei servizi di accoglienza. Normalmente le prefetture rispettano le procedure di affidamento dei contratti pubblici, ma in casi di urgenza, si fa ricorso all’affidamento diretto per il tempo necessario alla definizione delle procedure di gara. Questo sistema mette a rischio i principi di trasparenza e concorrenza, e non risulta ammissibile in quanto il fenomeno dell’immigrazione non può essere gestito come “fenomeno emergenziale”;

– I migranti che non ottengono alcuna forma di protezione (sussidiaria o umanitaria) diventano sostanzialmente irregolari: poiché rimpatriarli è complesso e oneroso, essi restano sul territorio senza diritti, facilmente inseribili anche nei circuiti delle attività illecite e malavitose;

– Lo SPRAR, è l’unico sistema pubblico di accoglienza dove ogni euro è rendicontato, mentre i CAS sono spesso strutture private, finanziate da soldi pubblici, e permeabili alla corruzione. Per i CAS la rendicontazione è stata resa obbligatoria solo nel 2017, ma prevede solamente che le fatture per la liquidazione del corrispettivo relativo ai servizi di accoglienza siano corredate dalla documentazione giustificativa della relativa spesa, quindi solo per i servizi essenziali garantiti dal contratto. Per gli SPRAR invece è richiesto il dettaglio di tutte le spese legate alla struttura, ai professionisti assunti, alle consulenze, ai materiali, agli spostamenti alle telecomunicazioni e hanno anche un obbligo che il 7% delle spese sia destinato all’integrazione. Inoltre viene specificata l’assenza di lucro come principio che guida la loro gestione. Il Servizio centrale pubblica ogni anno un nuovo manuale SPRAR con richieste di spesa sempre più dettagliate e i rendiconti sono resi pubblici. Il rischio concreto è che in un nuovo clima di emergenza, le prefetture lascino carta bianca a privati che non si attengono alle norme favorendo in tal modo indebite possibilità di lucro e speculazione sfruttando la vita dei più deboli.,

– Nei CAS gli immigrati sono meno controllabili e la loro gestione è molto più complessa. Il rischio, dunque, è che ci siano molti più immigrati in giro “senza occupazione” e “senza far nulla”, con conseguente aumento delle difficoltà d’inserimento nelle comunità cittadine;

– Il decreto immigrazione riduce le spese e quindi gli standard dei servizi di accoglienza, ma il risparmio è apparente perché produrrà costi sociali a carico dei comuni e quindi dei cittadini. Un’accoglienza adeguata non va solo a vantaggio degli accolti ma anche dei territori, perché previene problemi d’integrazione, di marginalità sociale e anche di sicurezza;

– Le categorie più vulnerabili, vittime di tortura o di tratta, le famiglie con bambini, le persone con problemi di salute mentale, che troveranno accoglienza nello SPRAR solo se e quando già titolari di protezione internazionale, non avranno una garanzia di protezione elevata e graveranno sul sistema sanitario e sociale (esistono dei progetti SPRAR ad hoc per categorie vulnerabili, disabili ecc.);

– potenziare lo SPRAR per scongiurare una maggiore concentrazione della presenza degli stranieri, con l’inevitabile maggiore difficoltà nella gestione dell’integrazione. Piccoli numeri per una maggiore gestione e integrazione. Scongiurare il venir meno della clausola di salvaguardia, quel criterio che, parametrando il numero di ospiti al numero di abitanti, salvaguardava la convivenza degli uni e degli altri, e la vivibilità dei territori;

– scongiurare l’aumento della marginalizzazione e un aumento delle conflittualità sociali, lo SPRAR è l’unico strumento a disposizione degli enti locali per evitare il fenomeno “degli stranieri che ogni giorno affollano le strade senza un’occupazione”, perché è volto proprio all’inserimento nella comunità di queste persone: lo SPRAR prevede un percorso di coinvolgimento delle persone straniere che inizia dai corsi di italiano, prosegue con i corsi di formazione professionale, i tirocini, le borse lavoro, la collaborazione con le associazioni di volontariato per una reale integrazione e per evitare la marginalizzazione;

– lo SPRAR è un progetto volto all’autonomia (abitativa, lavorativa ecc.) e non all’assistenzialismo;

– il decreto rischia di costituire un aggravio per le casse comunali. L’Anci, stima che a livello italiano i costi potrebbero aggirarsi intorno ai 280 milioni di euro l’anno. Soldi che le amministrazioni locali dovranno spendere per quei soggetti vulnerabili (malati psichici o con altre patologie) o famiglie con minori a carico, per offrire servizi sociali e sanitari.

Ricaduta economica dovuta alla presenza di un progetto sul territorio

Un progetto SPRAR, nei nostri comuni sardi, può ospitare massimo 25 beneficiari, esistono progetti ordinari da 15 beneficiari, potendo poi chiedere un eventuale ampliamento del progetto, ma il numero ottimale per poter garantire al meglio i servizi dell’accoglienza sono progetti con 24 beneficiari. Il personale rappresenta la spesa più importante nei progetti. La restante quota va all’attivazione di servizi per l’integrazione (borse lavoro, iscrizione a corsi o ad attività sportive o culturali), eventuali interventi di manutenzione alle strutture, il pocket money che va direttamente in mano ai beneficiari, e che possono spendere come desiderano. Si tratta di un contributo che va dagli 1,5 ai 3 euro al giorno, che incide per meno del 10% sul costo dei progetti.

La presenza di un progetto SPRAR in un comune ha delle ricadute economiche concrete. Si pensi che un progetto che accoglie 25 beneficiari comporta:

– la presenza di almeno 5/6 operatori (coordinatore di progetto, operatore legale, assistente sociale, operatori sociali per l’integrazione-area lavoro, un educatore, se non sono presenti dei CPIA, un insegnante di italiano L2 e se strutturati in diversi territori anche un operatore sanitario per gli accompagnamenti medici che si coordina con l’assistente sociale;

– le case dove i beneficiari vengono accolti sono 5 o 6 , e almeno 1 ufficio, per cui le relative famiglie che affittano si trovano a percepire un affitto sicuro per tutta la durata del progetto, più eventuali proroghe;

– tutte le spese (acquisto kit igiene e pulizia della casa, mobili, quaderni, oggetti dell’ufficio, cancelleria ecc.) vengono acquistati sul territorio;

– i medicinali, spese sanitarie ecc. specialisti della mediazione, psicologi, sono tutti presenti nel territorio (nel comune stesso o nei dintorni);

– il pocket money dei beneficiari viene speso dagli stessi sul territorio per acquisto del cibo, vestiario ecc.;

– manutenzione delle case affidate a soggetti presenti nei territori;

– molto spesso un progetto presente in alcuni comuni distanti dai grandi centri comporta la nascita di servizi essenziali (asili, ad esempio, che senza un determinato numero non possono sorgere) oppure CPIA (centri provinciali di istruzione per adulti), che non solo garantiscono i corsi di italiano per stranieri, ma garantiscono i vari gradi di istruzione (licenza media) e inoltre organizzano corsi di lingue, informatica, ceramica ecc. di cui tutta la popolazione può usufruire.