L’autodeterminazione, in Europa, non è reato

L’autodeterminazione, in Europa, non è reato

di Stefano Puddu Crespellani

Uno spettro percorre l’Europa: è la lotta dei popoli per l’autodeterminazione. I catalani sono la punta avanzata di un movimento ampio, che scuote le fondamenta della costruzione europea, chiedendo più  democrazia di base, più e migliore lavoro, più protezione sociale, più impegno nella transizione ecologica, contro le oligarchie. Questo movimento è sotto accusa in Spagna, ma la sua lotta nonviolenta sarà contagiosa, con crescenti analogie in Sardegna.

Ieri, giovedì 21 febbraio 2019, in Catalogna è stata convocata una giornata di sciopero generale, in solidarietà ai prigionieri politici e per rivendicare il diritto all’autodeterminazione. In simultanea, a Madrid, prosegue a marce forzate il processo ai massimi dirigenti dell’indipendentismo catalano, in prigione preventiva da oltre un anno, e alcuni da quasi 500 giorni. Un processo scandaloso, costellato di irregolarità anche nel modo in cui è stato istruito e, soprattutto, privo di base giuridica, perché il delitto di ribellione sostenuto dall’accusa richiede una violenza che non è mai esistita, come diversi tribunali europei hanno messo in evidenza.

Se c’è una cosa che ha impressionato l’opinione pubblica di tutto il mondo, è il comportamento pacifico del popolo catalano in tutte le occasioni —e sono state molte— in cui si è manifestato. Che l’argomento principale della magistratura spagnola per frenare l’indipendentismo sia proprio la violenza dà la misura della mancanza di argomenti a cui si afferrano. Come se non bastasse, il re Felipe VI interviene di nuovo, in pieno processo, con dichiarazioni che rompono l’imparzialità del ruolo, per difendere a spada tratta la legalità costituzionale come unica fonte di legalità democratica.

Ed è qui che emerge la posta in gioco: la continuità del regime del ’78, emerso dal franchismo, che nella figura del re, dell’esercito e della magistratura ha voluto mantenere intatti i pilastri formali del regime precedente, nascosti dietro una Costituzione dotata di molte aperture democratiche. Questa struttura profonda è anche la causa della collusione strettissima tra le oligarchie economiche e la corruzione politica. Un sistema in avanzato stadio di putrefazione, contro il quale lotta la parte più cosciente ed evoluta della società spagnola.

In questo quadro, la Costituzione spagnola, nella la sua lettura più restrittiva, è diventata il baluardo delle forze politiche che si arroccano nella difesa di un equilibrio che è già saltato nei fatti: perché il patto sociale è stato fatto a pezzi dalla crisi economica e dalla prepotenza delle oligarchie finanziarie; perché la rottura del patto costituzionale l’ha compiuta lo stesso Tribunale Costituzionale, quando ha derogato articoli di uno statuto approvato dal Parlamento catalano, spagnolo e ratificato in referendum dal popolo catalano; perché la corruzione sistemica dei partiti al governo ha azzerato la loro credibilità politica.

Così, la lotta dei catalani per poter esercitare il diritto all’autodeterminazione diventa, allo stesso tempo, una difesa radicale della democrazia, della repubblica e della necessità di uscire dal criptofranchismo strutturale sulle cui fondamenta la monarchia spagnola è costruita. Ovviamente, dall’altro lato risorgono nuovi partiti dell’estrema destra —con il finanziamento delle grandi fortune spagnole, o direttamente con fondi pubblici—, secondo modalità già sperimentate con successo negli USA e in Italia seguendo i consigli di un certo Steve Bannon. Quanto più fragili le basi del regime del ’78, tanto più rigide le posizioni dei partiti costituzionalisti. Tra questi, il PSOE non ha mostrato maggiore apertura rispetto ai partiti di una destra sempre più estrema.

Lo scenario della primavera fa tremare le vene ai polsi: il 28 aprile sono state convocate elezioni generali in Spagna, col neofranchismo in auge e il PSOE incapace di smarcarsi e affrontare in modo aperto il conflitto catalano; e il 24 maggio ci saranno elezioni europee, nelle quali ci sarà una candidatura repubblicana congiunta tra partiti catalani, baschi e galiziani. Quindi si aprono in simultanea due scenari: quello esterno, proiettato sulla legittimità europea, e quello interno, dove viene messo in questione il modello di stato. Sono i grandi problemi che si proiettano, di fondo, sulle pareti della sala del Tribunale supremo di Madrid, sulla lotta del popolo catalano, oggi di nuovo protagonista e, come avremo modo di vedere, anche sui tentativi della Sardegna di trovare una voce propria nello scenario europeo.