Crisi del latte. Vogliamo rendere più equilibrato un rapporto di forza che è nato squilibrato e che non è più sostenibile

Crisi del latte. Vogliamo rendere più equilibrato un rapporto di forza che è nato squilibrato e che non è più sostenibile

Aggiungo anch’io un contributo su questo tema perché è centrale in questi giorni e poi perché è nelle nostre radici antropologiche. Ne ho parlato all’incontro di Autodeterminatzione a Uta del 14 febbraio. Nelle stesse ore il Ministro dell’Interno ha convocato un tavolo al Viminale con associazioni di categoria, governo e produttori.

Il pastoralismo in Sardegna è sempre esistito in forma diffusa e quasi di autosussistenza. Quando è che cambia il mondo pastorale sardo? Cambia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e cambia nel momento in cui la Sardegna entra nell’orbita della grande industria di trasformazione del pecorino romano; con gli industriali dei caseifici laziali che non riescono a soddisfare l’enorme domanda di pecorino romano proveniente dai mercati americani. Come esito della lunga coda dell’emigrazione italiana in America, che a fine Ottocento era ormai così numerosa da determinare una domanda di pecorino romano incapace di essere soddisfatta dall’offerta.

E’ in quel momento che la Sardegna entra nell’orbita del mercato internazionale e vi entra con l’azione dei grandi trasformatori laziali. Il numero di capi di bestiame ovini raddoppia in quasi vent’anni, passando da circa un milione e mezzo di capi a tre milioni. La Sardegna cambia anche paesaggisticamente. Dopo essere stata spogliata dei suo boschi per tutto l’Ottocento – con l’opera dei Savoia che li utilizzarono come legname per le traversine delle linee ferroviarie e per armare le gallerie delle miniere sarde – ecco che con l’arrivo del grande capitale esterno, che finanzia l’industria di trasformazione, anche il paesaggio sardo cambia assumendo quell’immagine iconografica delle greggi con i grandi spazi agropastorali.

Quindi il moderno mondo pastorale sardo e l’industria di trasformazione del latte nascono con questo grande squilibrio, perché i rapporti di forza sono stati squilibrati sin dall’inizio. E’ da allora che i pastori sardi si trovano a doversi confrontare con gli industriali della trasformazione del latte.

Detto questo e tenendo presente che nel mentre sono nate le cooperative dei pastori e che gli industriali del latte sono diventate anche sardi, ci sono due possibili tipi di interventi per risolvere questa questione già indicati nella nostra scheda  “Misure strutturali per il settore lattiero-caseario” .

Un primo tipo di interventi sono di tipo reattivo: in tutti quei casi in cui per squilibri del mercato si dovessero verificare delle oscillazioni del prezzo del latte dannose, noi siamo favorevoli a strumenti regolatori che garantiscano una oscillazione del prezzo entro parametri definiti.

Come detto questi sono interventi di tipo reattivo, ma quello che noi vogliamo fare sono soprattutto interventi strutturali: trovare nuovi mercati e creare un marchio, così come avviene per la DOP del parmigiano reggiano. Vogliamo creare un’identità forte del pecorino sardo in modo che possa presentarsi sui mercati internazionali non come tentativo di colmare la domanda di pecorino romano, ma come un nuovo soggetto e un nuovo prodotto legato alla terra e alla sua cultura. Questo può essere fatto con un programma di investimenti di medio e lungo periodo e di sicuro non sarà Salvini in quarantotto ore a risolvere un problema che è strutturale.

Noi come Autodeterminatzione ci siamo posti questo problema già in tempi non sospetti e puntualmente poi il problema è emerso in questa campagna elettorale. Noi siamo vicini ai pastori e vogliamo regolamentare un prezzo che in questo momento sta affamando le campagne. Però l’aspetto più importante del nostro programma è che vogliamo intervenire su formazione, ampliamento del mercato e realizzazione di interventi strutturali per rendere più equilibrato un rapporto di forza che è nato squilibrato e che come tale non è più sostenibile.