Chi ha paura dello SPRAR

Chi ha paura dello SPRAR

di Marta Onnis

La Sardegna, grazie alla sua posizione geografica centrale, è stata terra di transito di persone e merci, nella storia passata e nelle vicende moderne. Negare questo dato di fatto non permette di avere una visione globale del futuro della nostra terra, inserita in un contesto geopolitico caratterizzato da fenomeni di spinta e attrazione che determinano la mobilità dei popoli, anche dove questo diritto viene negato.

La Sardegna è diventata negli ultimi 20 anni, con picchi importanti registrati dal 2011, terra di approdo e accoglienza. Accoglienza dovuta alle persone che arrivano su questa sponda del Mediterraneo e definiamo migranti forzati o migranti per scelta.

Che cos’è il sistema SPRAR e cosa comporterà il Decreto Sicurezza e Immigrazione in tal senso?

Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, in piedi dal 2002, ha rappresentato per diversi anni una risposta alla necessità di sostenere e accompagnare le persone che arrivavano sul territorio italiano in un percorso di presa in carico, alfabetizzazione, benessere, autonomia e possibilità di inserimento pieno nel tessuto sociale ed economico dello stato.

I Richiedenti asilo politico per convenzione vengono definiti soggetti vulnerabili, perché costretti a lasciare il proprio paese per ragioni legate a persecuzioni politiche, guerre, instabilità sociale e di governo, appartenenza a un gruppo sociale a rischio di violenza e persecuzione, e in ultima istanza, catastrofi ambientali e povertà estrema.

Questo sistema di accoglienza garantiva quindi, a chi accettava il contratto di accoglienza, uno spazio sicuro e una possibilità di vita nuova, con una durata variabile dai sei mesi a un anno. Dopo di che i beneficiari dell’accoglienza sceglievano di restare sul territorio di arrivo e esistenza temporanea, o di andare altrove, per cercare lavoro, raggiungere amici, parenti o unirsi alla propria comunità per ritrovare un pezzo di “casa”, in altre regioni dell’Europa.

Le norme legate al diritto prevedevano tre tipi di riconoscimento dello status di rifugiato: il massimo grado, la Protezione Internazionale; il grado intermedio, la Protezione Sussidiaria (entrambe della durata di 5 anni) e infine la Protezione Umanitaria (con durata di 2 anni).

Con il Decreto Sicurezza e Immigrazione, di recente approvazione, è stata abolita la Protezione Umanitaria, con conseguenze molto dure per chi ha iniziato un percorso migratorio, spesso ai limiti della dicibilità, con la speranza di poter avere una nuova possibilità di vita, in Italia e in Europa.

Sempre più spesso le Commissioni Territoriali, chiamate a giudicare la storia del migrante e riconoscere uno Status di Protezione, negano i primi due gradi e talvolta persino la Protezione umanitaria (che assume il nome di Permesso Speciale e quindi carattere eccezionale).

La Protezione umanitaria veniva riconosciuta ai minori stranieri non accompagnati, per tutelare una condizione di fragilità particolare, e agli adulti. Dopo due anni, si poteva trasformare in permesso di soggiorno per lavoro e permetteva di rimanere sul territorio italiano legalmente. Ora questa possibilità viene negata.

La conseguenza di queste misure è che un numero sempre maggiore di persone avrà difficoltà a trovare un lavoro e una casa, e non potrà accedere ai servizi di cura e tutela di diritti inalienabili dell’uomo; il rischio è che si diventi vittime di trafficanti di vite spietati che fanno del ricatto sociale e dello sfruttamento dei soggetti ai margini della società il loro businness.

Il Decreto Sicurezza e Immigrazione quindi sta esasperando e rendendo le condizioni di vita delle persone straniere sul nostro territorio molto difficili.

Cosa sta succedendo o potrà verificarsi?

Complici l’informazione (o meglio disinformazione) sui temi della migrazione e uno stato incapace di dare risposte adeguate ai bisogni dei cittadini italiani è verosimile che si arrivi a una difficile convivenza fra cittadini stranieri e locali, con un conflitto sociale ingestibile.

Perchè si sta facendo la scelta di montare ad arte una bomba sociale?

Viene il sospetto che tutti i tasselli servano per introdurre norme e metodi per interventi che superino i confini della democrazia e dello stato di diritto. Il fenomeno migratorio rappresenta una occasione da cogliere per chi ha cattive intenzioni.

Quali potrebbero essere le risposte alla situazione attuale?

Il dato reale è che si può mettere in campo una buona accoglienza, creando un ambiente positivo.

Esistono modelli, pratiche e normative sperimentate con successo, in Italia e in Europa, dove comuni e comunità hanno scelto modelli a esclusione zero, in cui una misura pensata per soggetti stranieri fragili ha coinvolto soggetti non-stranieri in percorsi di autonomia, lavoro e sviluppo economico con una ricaduta positiva sull’intero territorio. Le buone pratiche devono diventare esempi preziosi per sperimentare soluzioni e proposte efficaci che si adattino alle nostre realtà.

Chi si farà carico dei cittadini stranieri che vivono sul nostro territorio e non avranno di che dormire e stare al sicuro, sostentarsi, realizzare il proprio futuro come cittadini attivi e inseriti in un sistema sociale ed economico in maniera piena?

Si può realizzare un sistema che superi la impraticabilità (voluta in maniera artificiosa dal decreto Salvini) dello SPRAR e possa diventare una risposta per le comunità che vorranno praticare una accoglienza extra sistema istituzionale?

La RAS e il territorio metropolitano di Cagliari non hanno dato risposte esaustive negli ultimi anni, e immaginiamo non saranno in grado di farlo in futuro. Non sono state capaci di dare approdo alla nave Aquarius che portava 170 vite umane a bordo, e di recente altre due con a bordo poche decine di persone sono state fatte passare come inosservate, nonostante a Cagliari negli ultimi anni la macchina della prima accoglienza, “gli sbarchi”, fosse rodata.

E’ mancata la volontà politica, e questo ha comportato una gestione approssimativa del fenomeno e l’esasperazione di situazioni di gravità e disagio abitativo, sociale, esistenziale.

Spetta a noi, evidentemente, il compito di immaginare dei modelli di accoglienza e inclusione diversi.

È necessario superare l’idea di interventi emergenziali, di cui la RAS si è resa complice negli ultimi 10 anni, per dare spazio a progettualità concrete e di ampio respiro, che garantiscano la dignità dell’individuo e la restituzione di una soggettività che porti all’inserimento della persona o nucleo familiare, gruppo, nella nuova comunità.

Autodeterminatzione pensa alla Sardegna come a una terra generosa che può e deve fare delle scelte in autonomia, anche se questo comporta contrastare le politiche messe in atto da uno stato sempre più padrone e meno attento a garantire e tutelare i diritti dell’uomo.